More servicesWindows Live
HomeHotmailSpacesOneCare
 
MSN
Sign in
 
 
Spaces home  _:::† "The Vampire Diurn...PhotosProfileFriendsMore Tools Explore the Spaces community

_:::† "The Vampire Diurn " † :::_

"Terribilis est locus iste."

Francesco

View spaceSend a message
Location:
Riposati di giorno per essere sveglio la notte, ovvero quando tutti perdono le forze.
View space
arianna
View space
† Dяυ¢ιℓℓa †
View space
Andrea
View space
DameDesReves
View space
Sipen Eimi
View space
†Silent°°Shadow†
View space
+|§_la regina dei dannati_§|+
View space
Kola

Updated 1/16/2008
Updated 10/7/2007
Updated 10/2/2007
Updated 10/2/2007
July 09

Luci ed ombre

 
 

Ancora una possibilità concessa.

Dopo tante, tantissime meteore, stelle cadenti, che ardono ancora, nel profondo di me

Nell’abisso più nascosto del mio io.

Come tante notti a scrutare l’infinito cielo, come tutte le notti da qualche tempo a questa parte ancora

Persevero a mirare sconfinati spazi.

Sei consapevole “ la natura umana non cambia” ciò che sei resterai.

E mi scopro attratto da una nuova luce, quella stella che troppo tempo offuscai dalle scie di meteore decadenti, ma essa scintilla più delle altre, arde più del fuoco, mi attrae come calamita, illumina il mio stanco sguardo nelle notti senza luna.

Ogni notte come giro di valzer danzi per me sino al tramonto di un nuovo giorno, per poi addormentarti dolcemente fra i riflessi dorati del sole che sorge.

                                                                                                                    F.P.

 

Pa 09-07-2008

 

 

June 26

Premio Graficando

Ringrazio   
†..F ค l l є ภ A ภ ﻮ є l..†
  
Per avermi assegnato codesto premio.
 

Image Hosted by ImageShack.us

Regole:

1) inserire il premio nel proprio blog citando il link della persona che lo ha consegnato.

2) premiare minimo altri 5 blog meritevoli per grafica e contenuti.

3) avvisare i vincitori del premio vinto passando per il loro blog.

4) riportare le regole nel proprio blog.

 

Ho scelto di premiare:

†Vampira†

~') Lilia ('~

NENA

the_black_angel_92

la regina dei Dannati

June 17

Alla mia Donna Bambina

 
 

Cerchiamo sempre oltre, e forse…ciò che cerchiamo è proprio al nostro fianco

Fr.

 

Alla mia Donna Bambina

 

Continuo ad affogare tra le onde e le tue curve,

sommerso di te, continuo a battere forte

Nell’estasiante movimento tuo.

Non dovrei, ma è troppo dolce morire ancorato al tuo respiro,

e troppo intensa tu sei, mio dolce amor.

 

Di anni ne son trascorsi, ma continuo a vederti

E rivederti come un tempo, come allora,

quando mesta passavi con i tuoi continui via vai

per le strade buie dei miei pensieri.

 

Ora…sei donna, e non più quel cucciolo

Che con tanto orgoglio modellai come la donna che vorrei,

lo sei! mia adorata speranza, dolcezza e leggiadria,

di questi tanti giorni trascorsi e di quelli che verranno.

 

F.p.

Pa  17-06-2008

May 09

Valeria Prada - La Ville Lumière

…la Ville Lumière. Passeggiavo per la Ville Lumière. Chissà chi le diede questo nome…a quel tempo, nell’ormai lontano 1891, non era poi così luminosa, non come adesso, per lo meno. Era il crepuscolo di uno stanco giorno autunnale e le luci, che stavano per accendersi, erano malinconiche come quel periodo dell’anno.
A ravvivare l’ambiente ci pensavano numerosi pittori che, per le vie, chiedevano ai passanti di farsi fare dei ritratti per pochi spiccioli, danzatori gitani e suonatori, con abiti dai colori sgargianti e vivaci. Erano gioiosi, ballando e cantando, e del tutto inconsapevoli di vivere. Sapevano di fare dell’arte, vivevano per essa e sopravvivevano grazie ad essa. Amavo camminare tra loro, mi trasmettevano la loro briosa pace. L’aria che si respirava attorno era pregna di quella sensazione di sogno che si assapora dopo un intenso delirio notturno, dopo aver assaporato del laudano…o dell’aspro assenzio.
Mentre vagabondavo, mi guardavo attentamente intorno. Mi addentravo in vicoli bui e nascosti senza badare al pericolo che essi potevano celare, anzi, più era periglioso più godevo nel tentare la fortuna, poi, presa da improvvisa paura, correvo verso le luci delle strade principali o delle locande affollate. Tuttavia nessuno si accorgeva di me in mezzo a quella folla variopinta: Parigi non ha mai avuto buoni occhi per osservare ciò che succede in essa.
Mi fermai, quella sera, ad ascoltare dei suonatori di mandolino italiani che, con il loro largo sorriso stampato sulle labbra, attiravano molte persone per il gran chiasso che facevano e per il ritmo delle loro canzoni piene di vitalità. Il solo udirli induceva a far festa, a sorridere e a cercare qualcuno con cui conversare. La loro musica avvicinava i cuori e aveva sì tanta efficacia proprio perché suonavano per se stessi. Senza obbligazioni, svincolati dal denaro o da padroni esigenti, quei musicanti erano come le note strimpellate sui loro strumenti: erano vivi e felici. Erano come tutti gli artisti di Mont Martre.
Stanca di camminare, desiderosa di un po’ di silenzio, scelsi come rifugio il cantiere della bianca chiesa del Sacro Cuore. Alcuni blocchi di marmo erano abbandonati alla rinfusa, in attesa che i manovali, il giorno dopo, li mettessero nel posto giusto e continuassero l’opera che, si vociferava, sarebbe stata una delle più belle mai edificate. Stava per nascere un’altra immortale costruzione umana, destinata a stagliarsi su Parigi, condannata a guardare impotente migliaia di vite passare e spegnersi.
Mi sedetti su una di quelle grosse pietre, in modo da vedere la città che si estendeva sotto il colle. Potevo scorgere le piccole luci che brillavano. La gente stava per apprestarsi a desinare. Immaginai allegre famiglie con piccoli marmocchi sorridenti, ricchi uomini affaccendati nei loro futili e transitori affari, vecchi soli e coppie innamorate: la vita scorreva per tutti e non si sarebbe fermata. Travolgeva nel suo fiume in piena ogni cosa, senza risparmiare neanche il più piccolo ed insignificante essere di questo mondo.
Chiusi gli occhi e la mia visione si ingrandì poco a poco…Parigi, la Francia, l’Europa, gli Oceani e le lontane Americhe…in ogni luogo era, inevitabilmente, presente il brulichio che vedevo da quella posizione.
Poi, mi sovvenne il perché del mio vagare da giorni – da mesi! – per la città, dopo il crepuscolo. Ero in cerca di qualcosa che sfuggisse al torrente del tempo, che trascina via tutto al suo passaggio. Qualcosa che andasse oltre, che disdegnasse uomini invecchiati, animali morenti e cose impolverate e logore…cercavo…no, non potevo pensarlo, non volevo ammetterlo e mi sentivo pazza. A che scopo bramare una vita diversa dai miei simili? Una vita eterna? Perché questo insano, innaturale desiderio che mi bruciava il petto, quasi fosse stato vero fuoco?
I miei dissidi interiori si muovevano confusamente nell’anima e nella mente, come i bagliori di Parigi.
Ripensai alla mia giovane vita. Avevo ventiquattro anni ed ero sola al mondo. Quando nacqui, la Morte segnò da subito la mia esistenza, come se avesse voluto avvertirmi che un giorno sarebbe venuta anche da me. Mia madre morì dandomi alla luce e il sigillo di colpa fu in me da quel momento. Crebbi con mio padre e i miei tre fratelli in campagna, dove possedevamo alcune tenute. La vita contadina, ricca di quelle piccole cose che la borghesia cittadina non conosce, mi piaceva assai. Amavo la mia famiglia, sempre così premurosa nei miei confronti, attenta a non farmi mancare nulla. Era l’universo da cui traevo la forza e a cui davo l’amore.
Ma il mio amore non fu tanto forte da tenerli in vita. Si ammalarono uno ad uno e la Morte me li portò via, senza curarsi della povera ragazzina, inesperta, che rimaneva sola nelle terre del padre, incapace di amministrarle.
Vendetti i possedimenti e mi trasferii nella capitale. Avevo denaro abbastanza, avrei potuto realizzare una nuova esistenza, ma non ne ero capace. Ogni giorno lottavo per la mia sorte, il mio infame destino, ma un’ossessione si era radicata in me: non ero in grado d’oppormi alla Morte.
Ora sapevo che avrei potuto combatterla, ma dovevo trovare un…
Pazza! Ero folle e il mio pensiero non riusciva a proseguire. Il timore di ciò che sarebbe successo, se si fossero realizzati i miei desideri, era pari alla smania di trovare l’essere che mi avrebbe reso immortale e sprezzante della Morte. Già mi immaginavo, m’innalzavo vittoriosa e guardavo dall’alto la fautrice di tutte le mie disgrazie, con l’atteggiamento distaccato di chi sa che non ci sarà rivincita, e per sempre avrei calpestato l’avversario tanto odiato. Certamente, sarei rimasta ugualmente sola, eppure ero convinta che in quel modo avrei anche vendicato coloro che mi erano stati strappati via.
La fame mi distolse dai pensieri che sempre più spesso erano presenti in me, scesi dal blocco di roccia candida e mi diressi verso la locanda dove ero solita cenare. Non so perché l’avevo scelta, era mediocre, rumorosa e coloro che la frequentavano non avevano facce raccomandabili. L’arredamento, sporco e in cattive condizioni, era composto di alcuni tavoli di legno sparsi senza logica, con sedie instabili e tarlate e di un bancone rischiarato da lampade verdi, dietro il quale vi erano gli scaffali, dove, disordinatamente, erano riposti i liquori. Un camino faceva d’angolo, opposto alla porta d’entrata, e illuminava parte della taverna, che era immersa nella penombra. Pareva che solo nella cucina, posta tra il bancone e il camino, ci fosse un’illuminazione decente. Probabilmente preferii quel locale solo per il suo nome: Le Vampire.
L’Oste, ormai, mi conosceva e senza che ordinassi, mi fece portare la mia consueta cena, ossia vino rosso parigino e una bistecca ben cotta. Sorrisi al cameriere e lo pagai, concedendogli una lauta mancia. Egli si inchinò, accennò un “Merci” timido e strascicato, dopodiché se ne andò.
La mia intenzione era di trascorrere lì un’ora abbondante per poi uscire nuovamente, percorrere ancora vie e viottole, tra sgualdrine in cerca di lavoro e mangiatori d’oppio che uscivano barcollanti dai locali. In quelle strade a mezzanotte vi era lo stesso rumorio di voci e di grida della locanda in cui stavo mangiando. Nei bassifondi di Parigi era inutile sperare in attimi di tranquillità, sembrava che il tempo scorresse sempre uguale, che non ci fosse alternarsi di giorno e notte, che tutto fosse veloce e concitato per coloro che offrivano se stessi ad ogni tipo di vizi.
A guardare bene, non potevo biasimarli, poiché essi erano come me, come me alla ricerca di qualcosa che non trovavano, qualcosa che alleggerisse il fardello della vita o almeno la rendesse diversa da quella della gente comune.
Finii silenziosa il mio pasto, accorgendomi che già mancavano due ore alla mezzanotte. Mi alzai, salutando educatamente il taverniere, poi mi diressi verso l’uscita, ignorando i vecchi ubriachi che, come ordinariamente facevano, mi urlavano frasi sconce e volgari.
Stavo per aprire la porta, quando un grasso uomo si frappose tra me ed essa.
“Dove vai, donna, ceni sempre qui, porti sempre questi vestiti molto eleganti, e non ci intrattieni mai!”. Mi sorrise, ambiguo e malizioso, mostrandomi i denti guasti ed ingialliti e, voltandosi verso i compagni, anch’essi ubriachi, scoppiò in un’oscena risata, cui quelli fecero subito eco.
Ho sempre avuto un carattere forte e istintivo, per cui non mi feci intimidire, lanciai un’occhiata tutt’altro che amichevole a quel bruto e provai a afferrare velocemente la maniglia della porta, ma il briccone fu più lesto di me, mi prese per una spalla, ancora più furioso, e mi spinse verso di lui, facendomi gemere di dolore.
Rivolgendomi un ghigno perverso, mormorò “No, bella, prima ci intrattieni, poi te ne vai!” e iniziò ad allungare le mani. Tentò di baciarmi, ma mi ritrassi dal suo alito infernale, così aprì il mantello di velluto verde che indossavo e cercò, con foga e depravato desiderio, di slegare i lacci del corpetto.
Gridavo sperando che qualcuno mi aiutasse, ma gli altri assistevano divertiti, incitandolo a continuare. Ero divenuta lo spettacolo della serata, nessuno avrebbe fatto nulla per togliermi da quella situazione, avrei dovuto salvarmi da sola. A questa considerazione ritrovai un poco di lucidità, mi ricordai del pugnale che avevo nel fodero legato in vita, così lo estrassi – il farabutto era fin troppo preso dal suo ardore per badare alla mia mano – e affondai la lama alla cieca. Fu così che mozzai la mano di colui che mi stava importunando.
“Maledetta sgualdrina!” urlò l’uomo, accasciandosi a terra, imprecando con veemenza contro di me e cercando di afferrare le vesti del mio lungo abito, mentre il suo sangue sgorgava in gran quantità.
Non volli restare a vedere ciò che sarebbe accaduto, sapevo che se avessi aspettato, gli altri “amici” mi avrebbero braccata. Approfittando dello sbalordimento che avevo suscitato, mi diedi alla fuga e, fuori dalla locanda, iniziai a correre.
Non sapevo dove ero diretta; il terrore che avevo represso nella locanda era improvvisamente riaffiorato, facendomi perdere la ragione. Mi sapevo indifesa, debole, e avevo come unico desiderio quello di allontanarmi da quel luogo. Sebbene non lo ricordi, credo che caracollai giù dal colle ed errai in quello stato per molto tempo, finché non giunsi ad un viale che costeggiava la Senna.
Amavo la Senna. Tutto era tranquillo, la luna splendeva diafana specchiandosi nel grande fiume che sembrava sussurrarmi dolci nenie con il suo gorgoglio. Mi assisi senza fiato e senza forze a terra e trassi un lungo respiro, con lo sguardo perso nelle acque mosse, rischiarate dalle luci del cielo notturno. Mi sentivo al sicuro.
Stremata, lasciai che le palpebre calassero sui miei occhi e nel buio dei miei pensieri, immaginai di ricevere l’immortalità in quel momento. La Morte giaceva ai miei piedi e la schiacciavo, deturpavo il suo volto, saltavo sopra di essa, mentre delle civette intrecciavano per me una corona d’alloro, il vento accarezzava i miei lunghi capelli scuri, le stelle illuminavano le mie iridi verdi e la mia pelle rosea. E ridevo, infine ridevo senza nessun indugio, come da tempo non facevo, la mia risata cristallina si espandeva ovunque: tutti dovevano esser partecipi della mia conquista e dovevano gioirne poiché il nemico era stato abbattuto!
Improvvisamente, però, la visione svanì e mi scoprii a ridere da sola come una folle e – cosa peggiore – ancora dannatamente mortale…se solo avessi trovato un…
“Bonsoir madame, una bella donna come voi non dovrebbe star sola nella notte, tanto meno attirare su di sé l’attenzione con una risata così tonante…” disse una voce calda e melodiosa alle mie spalle.
Mi voltai di scatto, sgomenta, colta di sorpresa. Non avevo udito nessun passo giungere vicino a me, tanto ero immersa nelle mie fantasticherie.
Osservai l’uomo che mi guardava stupito, sorridendo. Aveva circa trent’anni, capelli lunghi castani, raccolti in una coda e ben pettinati, occhi d’un azzurro chiarissimo, si sarebbero detti di ghiaccio. Le sue labbra carnose e vermiglie erano distese in un’espressione serena e amichevole, risaltando su quel volto eburneo, perfettamente levigato, dai lineamenti eleganti.
Indossava un abito nero impeccabile, con tanto di mantello fermato al collo da una spilla d’oro bianco, che brillava sotto i raggi della luna. Aveva un aspetto nobile, ritenevo impossibile che non facesse parte dell’alta società, tanto i suoi modi erano gentili e raffinati.
Sorrisi di rimando, imbarazzata, e cercai una giustificazione per la mia presenza in quel luogo e soprattutto, a quell’ora del tutto insolita: “Bonsoir Monsieur, spero di non avervi disturbato…” esitai perché non trovavo motivazioni plausibili “Stavo pensando ad alta voce…ho riso.” Mi volsi verso il fiume, chiamandolo in mia difesa “Ho avuto una lunga e movimentata serata. Cercavo semplicemente tranquillità in riva alla cara Senna.”
L’uomo, disinvoltamente, mi diede le spalle, si sistemò il nero cilindro sul capo e iniziò a percorrere con passi silenziosi la via che costeggiava il corso d’acqua, rischiarata solo da qualche lampione.
Quasi involontariamente, come spronata da un suo tacito ordine, mi alzai, riavviai i capelli, accomodai la mantella di velluto sulle spalle e lo seguii. Quando lo raggiunsi, mi guardò per nulla sorpreso del fatto che l’avessi seguito e, con tono cordiale, si presentò: “Posso avere l’onore di conoscere il vostro nome? Oh, ma non voglio apparire villano e credo che mi presenterò per primo: sono Vincent Reumier, al vostro servizio.” Si inchinò e mi prese la mano, sfiorandola con le sue labbra.
“Mi chiamo Anne Roche. Siete un gentiluomo.” Risposi lusingata, arrossendo. Il coraggio, poi, mi venne in aiuto e arditamente chiesi: “Avete rimproverato me perché vagabondo a quest’ora per la bella Parigi, ma voi, cosa fate? Girovagate come me senza meta…” indugiai per un lungo istante sul suo affascinante volto “Raccontatemi di voi, avete una voce incantevole, oltre ad un incantevole viso.”
Si fermò all'improvviso, sospirando, e mi fissò. Io ero piccola e minuta, ma non ero intimorita tanto dalla mole di quell’uomo, quanto dai suoi occhi che mi attraversavano malinconici l’anima, mentre le labbra purpuree si schiudevano, cortesi, per rispondermi.
“Cosa dirvi, Mademoiselle Anne? Forse quello che potrei raccontarvi non lo credereste. Oppure, forse, scappereste correndo, di nuovo, come avete fatto prima per i campi di Mont Martre e per metà Parigi…”
Mentre la musicalità della sua voce mi ammaliava, compresi il significato delle sue parole. Ecco che la paura riemerse all'istante, la ragione si annebbiò, lasciando il dominio all’istinto e, isterica, cominciai ad urlare: “Mi avete seguita, dunque? Che intenzioni avete? Volete anche voi approfittare di me? Ricordate, ho il mio pugnale! Avete ben visto, nella locanda, che so usarlo!”
Estrassi il pugnale, rimanendo ferma, attenta ai suoi movimenti, con sguardo furente, pronta a colpirlo. Vincent, però, si mise a ridere. Una risata calda e divertita, che mi sconcertò alquanto, mi disorientò e, invece di mandarmi in collera, mi rese mansueta e disposta a dargli ascolto.
“Non riuscirete a colpirmi e…” indicò l’arma con un movimento fluido “Beh, se ci riuscirete, non credo che quello mi farà del male.” Poi proseguì, con tono dolce e garbato “Non siate arrabbiata. Vi ho visto fuggire dalla taverna e, questa è la mia colpa, vi ho seguita per curiosità. Volevo capire da dove derivava la vostra fretta. Ora comprendo che siete stata importunata da quella gentaglia di uomini rozzi e viziosi. Non temete, non approfitterò di voi…”
Stetti ad ascoltarlo, immobile nella mia posizione di difesa, anche dopo che ebbe terminato di parlare, poiché pareva che il discorso non fosse terminato.
L’uomo mi sorrise, abbozzando un inchino, e io, nuovamente vittima del suo fascino, deposi lo stiletto nel fodero e mi avvicinai a lui, persuasa.
Mi strinsi nel mantello, presa da improvviso freddo e prestai attenzione ai discorsi di Vincent. Mi parlò del suo amore per Parigi, invero comune al mio, e della sua passione per i mutamenti che il tempo aveva portato, passo dopo passo, mese dopo mese, nella città. Sapeva molte cose a riguardo, conosceva molto bene arti, mestieri e abitudini ormai in disuso.
“Avreste mai creduto che questa grande città fosse nata dalla piccola isola della Cité?” scrutò il mio volto per cogliere la mia espressione sbalordita, trasse un sospiro e proseguì scandendo ogni parola, con un’indefinibile nostalgia “Tutto cambia e da piccole cose crescono le grandi, mentre molti di noi vorrebbero che tutto rimanesse immobile in un determinato momento della nostra vita.”
Quell’affermazione mi colpì più d’ogni altra. Aveva ragione quell’uomo ed il suo stato d’animo era simile al mio, perché nel mio lucido tormento quotidiano avevo sempre avuto due desideri: tornare al passato e uccidere la Morte, il primo era impossibile, il secondo, per quanto pazzesco, era probabile.
Accortosi del mio turbamento, mi invitò a sedermi su quegli scalini che i barcaioli adoperano per gli ormeggi e per raggiungere la terra ferma. Lui mi si accomodò accanto e, quasi senza badare a me, proseguì nel suo discorso.
La sua voce era un sortilegio per me. Accompagnata dal suono dell’acqua corrente, mi trasportava in tempi lontani, in un sapere a me sconosciuto e, proprio per questo, cupo, eppure attraente.
Mi appoggiai al muricciolo, cercando una postura più confortevole e, inconsapevolmente, mi immersi in quello sguardo ceruleo, rischiarato dai bianchi raggi lunari. Occhi bellissimi e grandi, ma tristi, inespressivi e stanchi. Quando sorrideva essi rimanevano tali, eppure erano profondi. Pareva che dietro le iridi chiarissime, si celasse qualcosa di abissale, arcano, oscuro…pericoloso.
Un brivido di freddo mi fece nuovamente tremare, mentre Vincent, premuroso, mi prendeva la mano con naturalezza e avvicinava il suo volto al mio: “Voi tremate. Fa freddo questa notte…” affermò aggrottando l’ampia fronte, in una nuova e intrigante espressione “Venite qui, eccovi il mio mantello.”
Si avvicinò, coprendomi col suo mantello e passando il suo braccio attorno alla mia vita. Fu sufficiente un piccolo istante e dimenticai ogni cosa. Mi appoggiai stancamente sul suo petto, accarezzando lievemente la spalla dell’uomo con la mia mano, poi mormorò qualcosa e mi invitò ad alzare il capo. Ci baciammo. Il calore mi avvolse, sentivo le guance in fiamme e si mostrava nuovamente in me la visione di trionfo che avevo avuto al termine della mia corsa poche ore prima.
Vincent mi stringeva a sé con ardore e voluttà e, nel frattempo, così dolcemente che io, persa nel turbine del piacere, non potevo far altro che assecondarlo, anzi, avrei pregato che quella notte fosse durata per sempre, per sempre così, tra le sue braccia, mentre mi baciava la bocca, il collo, le guance.
Una frase si affacciò alla mia mente “Hai trovato ciò che cercavi, Anne.”
Non capivo cosa avesse intenzione di dirmi il mio subconscio, non volevo saperlo, non mi importava. Quel momento era incantevole, erano i primi attimi piacevoli dopo molti anni, non potevo rovinarli! Tuttavia, il pensiero si fece insistente, pulsava, era vivo ed insopportabile.
Mi scostai da Vincent, quasi con violenza, seccata con me stessa, e guardai la Senna, poiché non volevo che lui mi leggesse negli occhi le mie riflessioni insensate.
“Anne, cara, cosa avete?” mi domandò gentilmente, cercando il mio sguardo, obbligando delicatamente il mio viso a volgersi verso di lui, accarezzandolo.
Arrendevole, ubbidii e da subito fui attratta dalle sue labbra lucide e scarlatte. Portai con indifferenza la mano sul collo. Era umido e caldo. Sanguinava. Sorrisi. Avevo trovato ciò che cercavo.
Vincent mi osservò stupefatto, senza capire perché mai, invece di fuggire come una preda alla quale è stata data la possibilità di salvarsi, me ne stavo lì a fissarlo, inebetita, ma presto i suoi dubbi furono risolti, perché parlai: “Cercavo voi. Sia ringraziata questa notte! Dovete rendermi uguale a voi. Non voglio morire, voglio la vita eterna, una vita come la vostra, essere sempre giovane ed immortale, dove ciò che soccombe è solo la Morte! E’ ciò che cerco da molto tempo.”
Il vampiro scosse il capo con tristezza, lo chinò come chi ha appena subito una sconfitta e prese la mia mano. In quel momento sentii la sua freddezza, la sua mancanza di vita, ma non vi diedi peso. Avrei voluto danzare per le rive della Senna, ridere nuovamente, perché la profezia stava per avverarsi e forse l’avrei fatto, se la sua morbida voce non avesse iniziato a mormorare con malinconia. “Anne, sareste dannata per sempre. Non sapete cosa chiedete. Sarete prigioniera di questo mondo e senza anima, costretta a vivere quando gli altri moriranno. Come potete essere sicura di volere questo? Diventai tale molti secoli fa per mia volontà, ma ora me ne pento. La tristezza di coloro che vivono in eterno è un’eterna morte, sentirete il suo peso ogni giorno, se decidete di prendere questa via. Vi prego, non costringetemi a farlo! Siete bella e giovane, continuate a vivere, non vi ucciderò. Andate, ve ne prego!”
Inarcai un sopracciglio, sconcertata dalle sue parole e dal suo atteggiamento. Sembrava volesse piangere, eppure i suoi occhi, che fissavano la luna, erano senza lacrime e terribilmente indifferenti nel loro supplizio. Forse stava pensando all’ultima volta che aveva visto la luce del sole, oppure a tutte le vittime che aveva ucciso per cibarsi, ma questo non lo seppi mai.
Stropicciai le labbra in un broncio infantile quando compresi quanto ero stata stolta a credere che divenire immortale avrebbe fatto di me una dea vincitrice. Invece, sarei divenuta come quell’essere davanti a me. Avvenente e perfetto, certo. Ma quanto vale questa bellezza se l’anima è nera e la vita un fardello infinito?
Dischiusi le labbra, ma non proferii parola. L’infelicità e l’amarezza avevano in me le loro radici. Che differenza ci sarebbe stata? Che tipo di dolore avrei dovuto scegliere?
“Avete ragione. E la mia scelta non è a cuor leggero. Fatemi come voi. Non ho più nessuno da amare in questo mondo, tanto vale avere voi come compagno. Ci consoleremo l’un l’altra e, sebbene possa sembrare avventato, credo che questa scelta sarà meno grave, se staremo insieme. Fatemi subito come voi. Ho trascorso l’intera esistenza ad esecrare la Morte. Che essa sia, ora, maledetta, insieme alla vita che perderò”.
Contemplai il suo volto contratto, vidi in lui il riflesso della mia scelta e piansi. Quelle furono le mie ultime lacrime, mentre, riluttante, il vampiro si avvicinò a me, succhiò il sangue mortale e mi donò il suo, eterno ma corrotto.
Così come avevo sofferto in vita, mi ritrovai a soffrire nella metamorfosi, giacché se la decisione a parole fu dura, a fatti fu dolorosa. Mi contorsi, maledii la luce e la invocai, la Morte sfiorò il mio corpo, aleggiò sopra di esso e se ne andò per mai più tornare.
Vincent mi portò nella sua camera, giorni e notti si susseguirono senza che io me ne accorgessi. Tardavo a trasformarmi del tutto, ma non comprendevo nulla di ciò che accadeva. Sapevo soltanto che il corpo periva e la mia pena era talvolta insopportabile. Ironicamente, invocai persino la Morte nei miei vaneggiamenti, mi disse Vincent in seguito, ma anch’essa non poteva più soccorrermi.
Mi svegliai in una camera buia, nella cui oscurità vedevo ogni cosa. Ero cambiata e già dovevo accettare la condizione di perenne desolazione.
“Benvenuta, Anne, compagna mia. E’ giunta l’ora di andare a cacciare il nostro cibo.” Mi accolse Vincent, porgendomi la sua mano bianchissima e aiutandomi ad alzarmi, poiché ero debole e affamata.
Feci il mio primo pasto alla locanda e vendicai la vecchia Anne, cibandomi del grasso uomo monco di una mano. Mentre bevevo il suo sangue, l’ultima parte umana di me moriva. Periva proprio con colui che voleva molestarmi. Da quel momento ero preparata ad affrontare la nuova esistenza.
Ero libera dalla morte eterna, ma imprigionata nella vita per sempre. Ero la falce di cui si serviva il Nero Mietitore per uccidere gli uomini.

Pubblicato il 22/10/2007

February 09

L'amore evanescente

Evanescente, ecco com’è l’amore, evanescenza, fortunato chi lo ha incontrato sul suo cammino, breve o corto che sia stato, almeno potrà dir e di aver assaporato la sensazione più sublime che esista, quella sensazione che rende una persona al di sopra di ogni cosa…e tutto ha un colore diverso, ogni parola suona e risuona con melodica voce, il volar via sorretto da un tiepido alito di vento.

Evanescente, ecco com’è l’amore, evanescenza, e quel che resta dopo? Il vuoto…

 
January 22

Piccolo componimento

Ispirato da colei che nessun volto porta, scrivo ancora ancorato al suo cuore, perché solo lei, è la sola che potrà ridar vita a colui che ha deposto ogni pensiero di rivalsa.

L’assurdità dell’essere umano, l’essenza astratta di un qualcosa di irraggiungibile che fiuti e percepisci, provo a prenderti,ma un sorriso mi si stampa in volto, sei essenza, aria, delle mie lunghe giornate d’inverno, e comprendo la beffarda vita, il gioco astuto di tanti peccati commessi e mai pagati,  eppur mi fa sentir vivo ancora una volta come tempi andati, come anni che furono.

Vorrei dedicare parole più intrise di rosso colore, scrivere  su fogli immacolati, intingendo la penna nelle ferite del cuor mio,  ma non adesso, non ancora, invadere il territorio altrui non è da me, rubare il sole non si può, rischiare?e perche diavolo!! ho già perso tutto, e nulla mi resta da mettere in gioco, io non posso offrire nulla alla mia regina oscura, nascosto nell’ombra, raggiro il mio destino, e sogno di un sogno che un dolce nome porta, lei che placa ogni dì, la mia rabbia, e fu così che il diavolo divenne agnello, il lupo, un gattino.

Il solo pensar vi ravviva l’anima, ed esulto, ma è una finzione, o sono io che a nulla credo più, io, cavaliere devastato dalla mia stessa ira, io, re in un regno desolato senza sole ne destino, interminabili notti di luna, a citar parole che nessuno mai ascolterà, seduto scruto la vastità di quell’impero ottenuto con le sofferenze di altri, ed ormai caduto da cavallo son moribondo e prima o poi cederò il passo ad un nuovo re, il nuovo che avanza, se solo sapessi leggere fra le righe, io, equilibrista su di esse viaggio, ed il tempo immortalo per non sentirmi solo.

Il mio tempo svanisce, io, che in esso mi specchiavo compiaciuto,  quello specchio si è sgretolato, frantumato in mille pezzi, c’è del vuoto in me, c’è il nulla che avanza e devasta.

Ridestami mia regina, voglio essere ancora il condottiero del buio, bere dal tuo sangue, e dissetarmi all’infinito.

                                                                                                                                               V.D.

Pa 21/01/2008

Number of online users in last 3 minutes
January 19

Pensieri notturni

Nel chiarore splendente lunare, mille pensieri martellano quel che resta di me,esanime, osservo l’infinito, tutto tace, e tutto risuona nel caos di città, con i miei occhi all’insù rifletto… sembrerebbe assurdo limitare a poche righe quello che mi appresto a descrivere, il fascino mansueto di un sorriso lontano mai scrutato, mille parole da bocca che nulla dice, solo dita che battono tasti, solo lette mai sentite dalla bocca soave di colei che tanta mia speme accende ogni dì, alla stessa ora, ogni giorno, per un mese, dissi e scrissi, io, e chissà se capirà e leggerà colei per cui, queste parole scrivo, sei tu! Che risvegli in me la vena del poeta maledetto.

Scrivo di colei, che in queste notti accese, in me risiede furtiva, come qualcosa di nascosto solo per i miei occhi, solo, che mai ho assaporato e mai lo farò, il suo viso lontano da me e dal mio tempo, colei che ad altri accende speranze nuove, scandisce diversamente il suo nome, il tuo cuore in catene, oh lady, ed io, a pagar le mie pene.

Rispecchiarsi non è superbo, nel dimenar ogni una dirà,” che sia io?” di nessuna sto citando perché lei è sublime, come carezza estiva del vento di scirocco, che aleggia volteggiando per vicoli e palazzi di una città che tanta storia porta e supporta, e misera sconforta ciò che fu,egli,rischiara la notte col suo sguardo vivace, furtivo, lontano, assente nell’assenza che mi ha donato.

Lapidario io son stato nel cercar e quello che inseguo e mai raggiungo, mille miraggi, oceani d’abbagli, lontani e vicini, oasi di verde speranza dove potrò rinsavir da tante ferite mal curate, ma tutto scorre e tutto và, e di quel sorriso nulla rimarrà, del suo sguardo profondo delle sue idee, anch’egli solo un ricordo lascivo, lontano, perduto nei miei labirinti sperduti come oceani profondi.

Immagino il suo viso e l’espressione, nell’apprendere tale citazione, di sicuro smarrita dirà “è pazzia,il folle che scrive canti incomprensibili per qualcuno che mai …vedrà”

Io che scrivo da sempre il mio pensiero, la mia prosa non ha un nome, le mie parole son macigni ,per molti incomprensibili, per altri che vedon oltre, l’innovazione futuristica di parole sconnesse che apparentemente nessun senso hanno, ma se scruti meglio l’infinito scorgi al suo interno, il dono di qualcosa che da sempre mi consola, mi distrugge e mi divora, scrivere e descrivere con mie parole, senza metrica senza misura quel che sento, e la mia ambigua natura.

Scrivo poemi per lei, colei e l’altra, scrivo e descrivo di tutte coloro che al passaggio mi hanno rapito, colpito, ed ucciso, non sapendo di bruciar nel mio fuoco ardente della mia rabbia, ero io il carnefice di me stesso, al muro fucilato e poi martoriato, per creare ciò che sono.

 

Pa 19/01 2008                                                                                     V.D.

January 16

Bilancio

 

Ed eccomi qui, a fare il bilancio di 365 giorni trascorsi per dar posto ad altri 365 che ne passeranno. Forse, potrei chiudere così il mio intervento, in modo chiaro e conciso,forse…ma sarebbe una bugia enorme, non, per la vuotezza di un anno, ma perché dietro questa pochezza di parole si celano tanti, i soliti, conosciuti errori commessi e ricommessi, se perseverare e diabolico, allora, non ho scampo.

Puntualmente annoto un anno fallimentare dal punto di vista comportamentale, riesco a sconvolgermi sentimentalmente, per poi mandare all’aria il tutto, un secondo dopo, alcuni dicono: “ già parlarne e scriverne è un buon inizio”, si! forse! Se non fosse per un piccolo particolare, ne parlo e ne scrivo da sempre. 

Dietro l’apparente tranquillità di un ragazzo normale, dietro, l’apparente carattere sarcastico e spensierato, si nasconde qualcosa che mi frantuma l’anima in mille pezzi, pian piano mi uccido con i miei eccessi, una lenta agonia, ma celo bene l’altra mia metà, e fin quando potrò camuffare questa mia doppiezza….beh…persevererò nel mio intento, poi, ci sono i miei dolori lontani, che godo a rimembrare, nell’annegarci dentro, cose, che ti segnano in modo tangibile l’esistenza.

Il crescere da solo, con una persona più grande di 54anni più di te, credo che non sia una prospettiva allettante, però!poi scopri che sé non ci fosse stata lei, chissà come e cosa saresti diventato, comprendi quanti sacrifici ha dovuto compire per renderti migliore, carpisci il significato di “vita”, ma proprio quello in senso stretto, l’averti, sottratto ad un triste epilogo finale, che poi, anni dopo puntualmente ha riscosso il suo tributo, e sorridi, sai di essere un sopravvissuto, di aver percorso una strada parallela, sempre parallela, ma un’altra strada, che la solitudine è il prezzo che paghi e dovrai pagare, forse per sempre, per via del tuo carattere imprevedibile ed ambiguo, afferri tutto e subito, perché ogni lasciata è persa, e non scendi a compromessi, perché la vita non lo ha fatto con tè, guardi da lontano il caos, che a volte tu stesso crei, ma sai di possedere un’ oceano di emozioni che non riesci ad tirar fuori, e scrivi, scrivi, scrivi sin da piccolo per non mostrarti vulnerabile, quasi inaccessibile, scontroso, e suscettibile, ma è una facciata, e come tutte le facciate prima o poi avrà bisogno di ristrutturazione, dici” il più tardi possibile” per crearti un alibi, tu che di alibi vivi, e passano gl’ anni, ed il tempo vola, gli amori passano, certe volte periscono, gli amici vanno via e tu, raccogli i pezzi di possibilità andate a male, ma sei solo, il tempo dei giochi è finito,ed il tempo vola, comprendi che questa è la tua natura, perché, chi dal male nasce, e dal bene viene salvato, avrà sempre un’anima divisa in due, ti aggrappi alle cose che possiedi, sperando che mai e poi mai andranno perdute, e sai che anche questa è una grande bugia, perché nulla è per sempre, che la morte è inarrestabile, anche per uno, che da essa è nato.

  Molti, si fortificano da questo esilio forzato, altri, ci muoiono, e soffocano nella loro merda o quella di altri, perire dell’inettitudine, bruciare lentamente logorandosi dentro, perseverare nell’egoistica idea che prima o poi il conto sarà pagato, spesso, prima che poi, mi da il vomito, allora cerchi una via di scampo, cerchi di seminare il tuo destino, se mai ne esistesse uno ( mi piace credere che ci sia), nascondi i tuoi punti deboli, ti mostri per come non sei realmente, crei un tuo alterego, ma…la sera, quando ti guardi allo specchio, osservandoti, comprendi che sopravvivere o morire non è che sia tanto diverso, una mia cara amica scrive della sua anima spaccata in due, della sua doppiezza d’animo, e dell’incapacità ad incollare questa sua vita, i pezzi non corrispondono mai, perché?

La comprendo bene, forse, fin troppo bene, sento il suo dolore, sento le sue urla lontane, in un rimbombare di giorni che fuggono via,ma la domanda è: e se non avessi nessuna colpa? Se ogni persona è il frutto di qualcuno arrivato precedentemente a prepararti la strada? (si! bella strada di merda)? La vita è come un castello di carte, crollata una, tutto va a pezzi, ma adoro pensare, che qualche volta una carta resta in piedi, e da lì si deve ricostruire, da palazzi distrutti si può, si deve, costruire un castello splendente.

ora, la domanda è: 1)accettare questa sorte, e perire lentamente? 2) camuffare il buio che ogni persona si porta dentro, sperando che un dì, arrivi il tanto atteso giorno dell’espiazione? Non so ancora dare una risposta, comunque, tutta via, io ho scelto la seconda strada, perché penso , che in un mondo che non perdona errori, ci sia un posto, un angolino, dove ogni uno , può essere quello che realmente è, senza essere l’attore di se stesso, in una grande commedia di vita, anche se tutti siamo attori e spettatori di noi stessi.

Chiudo questo mio intervento, uno dei miei rari interventi,”(io, non amo scrivere direttamente i miei pensieri, ecco! altro difetto del mio carattere carnevalesco),porgendo con tutto il mio amore, un grazie all’unica persona,  (mia nonna),che in tutti questi anni, per tutti i miei anni, a coperto  i miei errori,  e le mie ripetute cadute di stile, rischiando il tutto per tutto, e devastando la sua vita, in cambio della mia, oserei dire, “ la sua vita per la mia” .

Spero di non aver dimenticato nulla in questo intervento, anche perché, chissà quando ne scriverò un’ altro.

Pa 10/01/2008

 

November 27

Melodia

             

 

Un suono di violino ad intonare la mia triste canzone.

Scivola una lacrima nel vuoto silenzio di una stanza……

Rimbomba…..

E nel suo sfavillante scintillio, intravedo un volto…..

Il tuo.

Salato è il suo sapore, e la musica continua la sua lenta canzone.

Il vuoto avanza, il tuo ricordo svanisce, ed indietro vado a quella

Notte in riva al mare.

Eri tutto,

 il mio microcosmo, il mio universo e tu la stella,

incandescente e lucente,

ma come tutte le stelle ti spegnesti in una notte stellata, salata ed amara,

come queste lacrime adesso.

E ti cerco invano, t’invoco invano,

ricostruisco nel mio io un volto ormai lontano.

Scrivo per darmi pace, ma dannata è l’anima mia,

ancorato a ricordi che non dovrei ricordar più

Un ultimo sorriso…..un ultimo sospiro,

e quel suono che stordisce il mio cuore.

 

Pa 27/11/2007                       V.D.

November 10

Notte

Notte”

Notte! oscura e silenziosa, che celi amori e dolori,

liberami dai tanti pensieri.

Voglio dormire!

Voglio viaggiare, cullato dal tuo dolce canto,

perdermi nei tuoi labirinti dorati, talvolta spietati.

Notte! Puntuale ed evasiva, riflessiva e permissiva,

donami il tuo dolce bacio, volteggia fra i ricordi miei,

cancellali, annullali, dissolvili.

Voglio dormire!

Per quanto mi sforzi il risultato sembra esser sempre quello…..

Il buio.

L’assoluta mancanza di sogni, il non ricordare, il non dormire.

La spietatezza nel guardar  gli altri nel farsi ondeggiare

Da un dolce cullare delle braccia tue.

Voglio dormire!

Dormire pensando che sarà già domani, e non interminabili notti a parlar con te.

A chieder quando dormirò, in una eterna notte che non passa mai, e mai passerà.

Il tempo passa,ed io trapasserò,

ma tu! Spietata amica di ieri , rimani indenne dal suo trascorrere, dallo scalfir delle stagioni

e degl’anni andati.

La voce tua ha sempre lo stesso suono, il tuo volto non conosce crepe.

Stai lì, a scrutar le genti , i secoli, il cambiar degli eventi, le rovine di un’umanità allo sbaraglio,

sorridi e piangi, ma nulla puoi.

Voglio dormire!

Ricostruire qualcosa perduta, ritrovare il mio sentiero,

rincorrere il mio miraggio.

Io che bevo alla fonte, dove tutto ebbe inizio,

e dove tutto terminerà.

Mai più lunghe notti, mai più dialoghi con te che sei lontana.

 

 

Palermo 10/11/2007                       The Vampire Diurn

                                                                                                                       Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

November 02

I 4 cavalieri

 
   
 

I quattro cavalieri dell’Apocalisse  stanno arrivando.

Carestia…..dove sei!

Pestilenza..dove sei!

Guerra…….dove sei!

Morte……...dove sei!

È tutto sulle mie spalle?

Sono l’unico dei quattro che è rimasto?

Ragazzo…..sai cos’è un Angelo vendicatore?

Un Angelo vendicatore, è solamente un povero diavolo……

Abbi pietà per il diavolo!

Un tempo lontano conobbi una creatura, sedeva, aveva un cuore tra le sue mani, l’ha mangiato,

gli ho chiesto: è buono amico?

E lui  ha risposto: è amaro…..amaro….ma mi piace perché è amaro.

Quello era…..il mio.….cuore.